Condivisioni ad ampio raggio

Lo hanno capito le amministrazioni cittadine, le grandi aziende e anche il mondo finanziario. La condivisione non è un isolato atteggiamento romantico della società, è uno degli strumenti ai quali la ricerca di efficienza – e anche quella di profitto – può affidarsi. Dai mezzi pesanti in comune in Oregon ai minibus finlandesi, fino ai camion per il trasporto merci che solcano le autostrade americane: ovunque si mettono insieme risorse, e spesso sono le start-up a inaugurare tendenze.

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Negli inverni più rigidi dell’Oregon, costa nordoccidentale degli Stati Uniti, quando la neve si fa abbondante il dipartimento dei trasporti non si perde d’animo. Difficilmente avrà il problema di reperire i mezzi necessari per risolvere la viabilità urbana. Basta andare su Munirent, avviare la ricerca per uno spalaneve e vedere se qualche contea ha un mezzo fermo e dunque disponibile. Lo stesso vale per schiacciatori, spargisabbia e così via: il sito consente alle amministrazioni pubbliche di scambiarsi le risorse che altrimenti non sarebbero impiegate; e quello dell’Oregon è solo uno degli esempi più interessanti. Anche questa è sharing economy, anzi, è nelle amministrazioni pubbliche che si vedono i casi più virtuosi che, grazie alla condivisione di risorse, permettono di ottimizzare gli investimenti (nulla resta fermo in magazzino), ridurre l’inquinamento e la congestione delle città con la non trascurabile conseguenza di creare un terreno fertile per nuove attività imprenditoriali (vedi Munirent). Mentre sulla multimilionaria Uber si concentrano le attenzioni di tutto il mondo, specie per le conseguenze dirompenti rispetto ai tradizionali business dei trasporti, e ci si interroga se la nuova occupazione non sia altro che un moderno precariato strutturale, nelle città la tecnologia rende possibili nuovi modelli di partecipazione all’insegna di sostenibilità e qualità della vita.

Il mondo consumer è spesso una palestra per le applicazioni in ambito pubblico e per le aziende private grandi o piccole

Il contesto di fondo è quello di un cambiamento epocale, ovvero quello che segna il passaggio dal possesso all’utilizzo. Perché un’amministrazione pubblica dovrebbe spendere centinaia di migliaia di euro in acquisti quando il cittadino qualunque ha la possibilità di rinunciare se non alla prima alla seconda auto grazie al car sharing? Il mondo consumer è spesso una palestra per le applicazioni in ambito pubblico e per le aziende private grandi o piccole. Restando nel caso delle amministrazioni, in Finlandia i cittadini hanno una nuova alternativa per muoversi per le strade di Helsinki. Si chiama Kutsuplus ed è un servizio di minibus on demand più costoso di un autobus ma meno di un taxi, con l’obiettivo di ridurre il numero di auto in circolazione. È una specie di bus sharing che mette insieme fino a nove persone dando anche indicazioni via app su come raggiungere la destinazione a piedi o in altro modo una volta che il bus arriva alla fermata. Spostandosi dall’altra parte del mondo, in Corea del Sud, si trova uno degli esempi più duraturi. Seul ha circa 10 milioni di abitanti, una densità abitativa molto elevata e probabilmente la migliore infrastruttura IT al mondo con quasi il 100% di penetrazione della banda larga. Ha inoltre bisogno di combattere l’inquinamento cittadino. Le autorità hanno lanciato nel lontano settembre 2012 il progetto “Sharing city Seoul”, composto da diverse fasi. La città ha stanziato fondi e strutture per la nascita di start-up che favorissero una gestione efficiente delle risorse pubbliche. Ha poi messo a disposizione gli spazi pubblici inutilizzati e i big data dell’amministrazione. Ne sono nati servizi per la gestione intelligente dei parcheggi, per riempire le stanze vuote, scambiarsi i vestiti usati per i bambini, i libri di scuola, persino i pasti.

Nel 2012 è stato lanciato il progetto “Sharing city Seoul”. La città ha stanziato fondi e strutture per la nascita di start-up che potessero favorire una gestione efficiente delle risorse pubbliche

Come si vede, perché il modello funzioni è necessario che ci siano le infrastrutture tecnologiche, a partire dalla banda larga. Le imprese che hanno saputo interpretare il cambiamento si sono arricchite molto in fretta: uno studio di giugno firmato da VB Profiles calcola che tutto questo mondo sia rappresentato da aziende che valgono 17 miliardi di dollari. Quali conseguenze, invece, per le grandi aziende? Innanzitutto l’opportunità di incorporare l’innovazione che arriva dalle start-up. È il caso di Daimler: il costruttore tedesco – che controlla i marchi Mercedes e Smart – da tempo è attivo nei nuovi business dei trasporti attraverso la controllata Moovel, a cui fanno capo, tra gli altri, il car sharing Car2Go e mytaxi. Quest’ultima è una start-up fondata nel 2009 – stesso anno di Uber – da Niclaus Mewes e Sven Külper e acquisita da Daimler poco più di un anno fa. BMW ha lanciato il servizio di car sharing DriveNow e investito nell’app JustPark, che l’ha installato nelle Mini per permettere agli automobilisti di sapere in anticipo dove c’è un parcheggio libero. La catena alberghiera di lusso Hyatt ha invece investito in OneFineStay, un servizio di affitto case di pregio, una specie di Airbnb di lusso.

Le grandi aziende hanno l’opportunità di incorporare l’innovazione che arriva dalle start-up

Ci sono anche casi – la maggior parte dei quali americani – che nascono per le necessità del business: dalle grandi aziende alle attività più artigianali. Cargomatic è un’azienda americana che sta trasformando il trasporto su gomma: connette i camion che si occupano di trasporto merci con le aziende che consegnano loro i prodotti e pagano le commesse. L’idea è quella di ottimizzare il servizio: se un tir ha ancora spazio e deve fare lo stesso tragitto può rendersi disponibile, arrotondare il servizio caricando altra merce e allo stesso tempo garantire un risparmio all’azienda sua controparte. Un caso simile è quello di TwoGo, un servizio carpooling per pendolari che grazie a un algoritmo aiuta una condivisione più intelligente dei tragitti giornalieri per andare a lavoro (o per le missioni fuorisede). Wikispeed è invece una specie di Wikipedia per costruire vetture: i progetti vengono condivisi in open source tra ingegneri e meccanici e poi realizzate dalle autofficine distribuite in tutti gli Stati Uniti. Nasce così un’auto 2.0. Guardando in prospettiva, il modello è visto in forte crescita dagli analisti. C’è da aspettarsi molto, visto che si è mosso tardi, dal mondo corporate. Un settore particolarmente dinamico è quello finanziario, che per il momento vede i suoi massimi esempi della finanza distribuita: scambio di soldi e finanziamenti senza intermediari, come succede con Zopa, Prestiamoci, Kickstarter e Indiegogo. Quest’ultime piattaforme hanno permesso a chiunque di raccogliere centinaia di migliaia di dollari se il progetto è coinvolgente. Questa sì che è una rivoluzione, ed è soltanto l’inizio.