Divisi nella rete

Non è un problema solo geografico: a volte l’esclusione di una parte della popolazione dal mondo tecnologico dipende da fattori come l’età, la provenienza sociale o le motivazioni stesse per avvicinarsi alla rete. Viaggio alla scoperta del digital divide e delle soluzioni adottate per ridurlo sempre di più.

Overhead View of Net on Tennis Court

Pagare una bolletta con lo smartphone o grazie a internet non è un privilegio dei giovani, ma un’opportunità per tutti, soprattutto per chi ha scarsa capacità di movimento, come un anziano. Ma c’è un buco formativo sulla tecnologia; come colmarlo? Come intervenire perché tutti possano avere lo stesso accesso alla tecnologia e ai suoi benefici? «Invitiamo la nazione ad assicurare che i nostri figli non siano mai separati da un divario digitale». Era il 1996 quando l’amministrazione Clinton, per voce del vicepresidente Al Gore, portava sul tavolo della politica un termine coniato nei primi anni Novanta ma destinato a rimanere al centro del dibattito anche per i giorni a venire. Con digital divide si intendono le differenze tra chi ha pieno accesso alle nuove tecnologie, e in particolare alla Rete, e chi ne è invece escluso. Quasi due decadi dopo, tuttavia, quei figli sono ancora separati da un divario digitale. Il 90% delle famiglie americane dove almeno un genitore ha la laurea è connesso, ma nelle case dei non diplomati il dato si dimezza. Non va meglio ad altre latitudini, anzi. Più della metà della popolazione mondiale non ha accesso a internet: 4,4 miliardi di persone a cui manca la possibilità di usufruire del web e con essa quella di accedere alle opportunità di crescita conoscitiva, comunicativa ed economica di cui è vettore. Rimanere tagliati fuori significa così alimentare ulteriormente le cause del grande distacco, non solo digitale, tra Paesi sviluppati e non sviluppati. La questione è ramificata e complessa, proprio come i gangli della rete stessa. Da una parte c’è un problema di infrastruttura, dall’altra ce n’è uno di conoscenza. Prima di tutto non c’è inclusione senza connettività. Ampliare la copertura  vuol dire fare i conti con aree remote e rurali, ricche di ostacoli orografici e tecnici. Uno scenario in cui la tecnologia mobile, disponibile sempre più a buon mercato, diventa un potente strumento di inclusione e democratizzazione: là dove non arriva un cavo può arrivare un segnale. Il sorpasso degli smartphone sui telefoni tradizionali è avvenuto nel 2014 e ci sono ormai nel mondo più SIM attive che persone. Nei prossimi cinque anni il 90% di loro avrà a disposizione una rete. Se ne sono accorti i colossi della rete con la R maiuscola, e non sono certo rimasti con le mani in mano. Google ha lanciato Project Loon, un’iniziativa per portare internet a basso costo nei Paesi in via di sviluppo attraverso dei palloni aerostatici che, liberati nella stratosfera con apposite antenne, saranno in grado di diffondere nei territori sottostanti un segnale a banda larga, su un’area di circa 40 chilometri di diametro.

Superare le barriere fisiche non basta se non si riescono ad abbattere quelle mentali: altrimenti anche nei Paesi connessi si crea un divario interno tra chi è capace di avere a che fare con dispositivi e interfacce digitali e chi non lo è

Non così diverso è l’approccio di Facebook. Sostituite i palloni con droni alimentati a energia solare e il risultato non cambia. Dotati di un’apertura alare superiore a quella di un Boeing 737 ma più leggeri di una comune automobile, saranno in grado di volare per mesi a 18 chilometri d’altezza, spargendo il seme di internet. Chi guarda, e punta, ancora più in alto è Elon Musk. Il papà di invenzioni come il metodo di pagamento elettronico PayPal o l’auto elettrica Tesla intende lanciare, tramite la compagnia aerospaziale SpaceX, centinaia di satelliti-modem. L’impresa vale 10 miliardi di dollari e fonde filantropia e business, guardando sia alle sconfinate frontiere interplanetarie sia alle ampie praterie di utenti web del futuro. Una fetta di mercato che fa gola a molti, compreso Richard Branson, che attraverso una partnership tra la sua Virgin Galactic, Qualcomm e la start-up OneWeb si starebbe dedicando a un progetto simile a quello del magnate sudafricano. Il lancio dei primi mini-satelliti (il loro peso sarà di circa 150 chilogrammi) è previsto per il 2018. Superare le barriere fisiche però non basta se non si riescono ad abbattere quelle mentali. Altrimenti anche nei Paesi connessi si crea un divario interno tra chi è capace di avere a che fare con dispositivi e interfacce digitali e chi non lo è. Limitare la definizione di accesso alla sola velocità di connessione è riduttivo se in presenza di una banda ultralarga ci si scontra con conoscenze ultrastrette. In Italia la quasi totalità del territorio è coperto, ma la velocità media (inferiore a 10 Megabit per secondo) resta tra le più basse del Vecchio continente e ancora lontana dagli obiettivi fissati dall’agenda digitale europea, secondo cui bisognerebbe portare tutti a 30 Mbps entro il 2020. La preoccupazione tuttavia non riguarda solo Bruxelles. Sono oltre 20 milioni (23 nel 2014 secondo l’Istat) gli italiani che non si sono mai connessi a internet, poco meno del 40% della popolazione. Una soglia che schizza al 90% per gli over 65, fascia interessata molto da vicino ai tanti servizi che la digitalizzazione può fornire, soprattutto in termini di rapporto con le pubbliche amministrazioni e le aziende sanitarie (anche al netto dei ritardi di entrambe nell’attrezzarsi in materia). La frattura creatasi si può sanare ma ne vanno prima riconosciute le cause, spesso rintracciabili non tanto nella mancanza di dispositivi elettronici quanto in un senso di diffidenza verso un mondo che non si conosce.

Al digital divide in termini strettamente tecnologici si affiancherebbe una sorta di digital apartheid, un segregazionismo tecnologico in cui proprio quelli che sarebbero potenti mezzi di inclusione diventano invece ragione di esclusione

Diversa la situazione nei Paesi meno sviluppati, dove il fattore economico continua a giocare un ruolo primario. Internet per molti non solo è ancora un lusso ma rischia di essere un lusso irrilevante. Se i contenuti non sono considerati utili né disponibili nella propria lingua, non si vede la necessità di collegarsi pur avendone la possibilità materiale. Il mondo intanto evolve sempre più rapidamente, con un’applicazione della legge di Moore che può essere letta sia in positivo (come capacità di ricucire esponenzialmente prima il gap) sia in negativo (cioè allargarlo altrettanto velocemente). Al digital divide in termini strettamente tecnologici si affiancherebbe dunque una sorta di digital apartheid, un segregazionismo tecnologico in cui proprio quelli che sarebbero potenti mezzi di inclusione diventano invece ragione di esclusione. Si tratta di forme di analfabetismo digitale che al pari di quelle tradizionali si possono risolvere con processi di scolarizzazione. Precoce o tardiva, in modo che i più giovani non rischino l’esclusione da un mondo del lavoro legato a doppio filo all’elemento tecnologico e in modo che gli anziani trovino nella Rete un bastone su cui appoggiarsi, un aiuto rispetto a limiti di autonomia e mobilità, in forma di domotica e sistemi indossabili per il monitoraggio della salute, visite mediche da remoto e consegna della spesa a domicilio. Sono nate per questo soluzioni come CoderDojo o ABCdigital. Il primo è in sostanza una palestra che mira a insegnare anche ai più piccoli, in modo ludico, a programmare e familiarizzare con i codici; la seconda è un’iniziativa che mette in contatto nonni e nipoti, pensionati e studenti in modo che per una volta siano i secondi a mettersi in cattedra per insegnare qualcosa ai primi: nella fattispecie come usare computer, smartphone e tablet. Per ridurre il digital divide serve infatti uno sforzo congiunto, di vecchie e nuove generazioni, pubblico e privato, istituzionale e aziendale, con un investimento di risorse sia economiche sia mentali. È uno sforzo però possibile: non è mai troppo tardi per rimboccarsi le maniche. Così come per imparare a muoversi in Rete.

La tecnologia mobile, disponibile sempre
più a buon mercato, diventa un potente strumento di inclusione e democratizzazione: là dove non arriva un cavo può arrivare un segnale