FabLab, la rivoluzione del marchio

Sotto il cappello del FabLab si riuniscono singole idee, progetti, strumenti e, con tutta probabilità, anche un nuovo modo di fare impresa. E così ai grandi brand potrebbero fare concorrenza i prodotti nati dall’open innovation, un universo di microimprese agevolate da macchine di produzione digitale e specializzate in merci personalizzate.

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Mi piace pensare che, tra qualche decina di anni, gli storici, parlando di rivoluzioni industriali, potranno inserire nell’indice dei loro manuali la seguente catena di eventi:

1. Fine Settecento, passaggio al vapore.

2. Fine Ottocento, passaggio all’elettricità.

3. Fine Novecento, passaggio al digitale.

Vi è una certa elegante progressione in questa sequenza, una progressione che in pochi secoli ha ridisegnato e continuerà a ridisegnare il nostro rapporto con gli oggetti, con quell’insieme di atomi e molecole che oggi chiamiamo prodotti. L’ultima rivoluzione industriale in particolare, quando raggiungerà la sua fase più matura (tra qualche decina di anni), cambierà non solo il nostro modo di produrre gli oggetti ma anche quello di acquistarli, fondendo insieme due figure oggi distinte, quella dei producer e quella dei consumer e dando vita a quella che per ora rimane ancora solo una provocazione chiamata prosumer. Le tecnologie di produzione digitale o di digital fabrication (in particolare le stampanti 3D) sono nate negli ultimi decenni del secolo scorso (il primo brevetto è del 1982) ma solo in questi ultimi anni, complice anche la scadenza di alcuni brevetti e la nascita del movimento dei maker, si stanno diffondendo realmente a tutti i livelli del tessuto produttivo e, in Italia, iniziano a penetrare nella celeberrima PMI, dove secondo molti potranno trovare il terreno fertile per prosperare e produrre grandi benefici. Anche se oggi queste tecnologie vengono utilizzate solo o soprattutto dagli addetti ai lavori (maker o designer) e solo all’interno dell’industria e dei FabLab, laboratori di produzione digitale di cui parleremo a breve, sembra che le potenzialità e la flessibilità tipica del digitale, che queste macchine integrano completamente, siano davvero destinate a far nascere i prosumer, consumatori che produrranno e modificheranno (editeranno) i prodotti proposti e venduti dalle aziende.

I FabLab sono una palestra dove gli innovatori (ma anche i futuri clienti e cittadini) possono allenarsi a un nuovo paradigma, luoghi dove le tecnologie digitali per la produzione sono a disposizione di chi intende proporre al mercato una sua nuova visione

Non sappiamo dove si fermeranno le stampanti 3D: in un centro di fabbricazione di quartiere, nel negozio sotto casa o nel garage o nel soggiorno del cliente finale, ma è quasi certo che come è successo per il personal computer (nato nel 1975 e che oggi teniamo in tasca) queste tecnologie sono destinate a diventare sempre più facili da usare e alla portata di tutti. In questo scenario, non troppo lontano, nasceranno due tipologie di prosumer: quelli che stamperanno pedestremente i prodotti così come proposti dall’azienda di partenza e chi, invece, in un auspicato contesto di open innovation, modificherà e proporrà nuove release del prodotto, contribuendo alla sua innovazione e magari guadagnando qualche “soldino” in una logica di revenue sharing.

Entrambi questi approcci al mondo del prodotto e del progetto vengono sperimentati tutti i giorni all’interno dei FabLab, mostrando a imprenditori e designer (ma anche a semplici cittadini) i vantaggi di questa nuova filosofia di produzione, distribuzione e vendita del prodotto. È interessante notare che il più importante risultato portato dalla diffusione di queste rivoluzionarie tecnologie sarà l’apparizione, accanto ai grandi player che oggi caratterizzano il mondo del prodotto, di tante microimprese che, agevolate e supportate da economiche macchine di produzione digitale, potranno soddisfare piccole nicchie e/o promuovere una produzione di merci personalizzate che oggi (ancora) la grande industria non riesce a proporre. Noi in questo articolo l’abbiamo definita rivoluzione della microimpresa ma gli americani, in modo forse più rivoluzionario, la chiamano desktop manufacturing revolution sottolineando così in modo più marcato la leggerezza e le piccolissime dimensioni di queste macchine per la produzione digitale.

Chi scrive questo articolo ha fondato quasi tre anni fa il primo FabLab nella città di Milano (www.thefablab.it) e, oggi più di allora, è convinto che stia davvero nascendo una nuova generazione di progettisti e di imprenditori che prima di quanto pensiamo sapranno fondare nuove aziende, inventare nuovi modi per distribuire in rete i beni fisici, proponendo nuovi prodotti e servizi che nel futuro diventeranno consuetudine. A ben guardare, i FabLab sono una palestra dove questi innovatori (ma anche i futuri clienti e cittadini) possono allenarsi a questo nuovo paradigma, luoghi dove tutte le tecnologie digitali per la produzione e la customizzazione dei prodotti sono a disposizione di chi intende proporre al mercato una sua nuova visione. I FabLab sono il futuro e la rappresentazione concreta dell’era dell’open innovation e di una nuova filiera del prodotto.