I mille volti dello sharing

C’è chi mette a disposizione il suo tempo, chi le sue capacità; qualcuno regala il cibo in eccesso, magari acquistato in previsione di una cena mai fatta e che passerebbe dal frigorifero alla spazzatura. E poi ci sono quelli che offrono il proprio salotto per condividere un’esperienza: un reportage nel mondo della sharing economy alla scoperta di chi, mettendoci la testa, la rende possibile.

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Galeotto fu uno yogurt greco, e una cena mai fatta. È per colpa di quel barattolo, un alieno di plastica in un frigorifero di soli alimenti vegani, che Paola B. – 26 anni, architetto, bolognese – ha deciso di buttarsi nel mondo del foodsharing: letteralmente, condivisione di cibo. Nell’accezione più alta possibile: evitare lo spreco, redistribuire il sovrappiù, consumare (meglio) collettivamente. Al posto di adagiarsi nelle abitudini buttando quello che avanza o che si è comprato in eccesso, insomma, lo si dona a qualcun altro. Come? Pubblicando un’offerta su un sito internet, uno dei molti che in ogni Paese stanno nascendo a questo scopo. «Sono vegana e presto molta attenzione a tutto quello che ruota intorno al cibo. Quando l’amica per cui avevo comprato lo yogurt non si è presentata a cena, ho deciso di regalarlo», racconta Paola con un’emozione che trasuda buone intenzioni. «Sentivo di fare qualcosa di giusto. Non importa che fosse un solo barattolo, di poco valore: era un segno di cambiamento. Infatti mi ha scritto poco dopo una ragazza che era intenzionata a prenderlo».

Accessibilità è una delle parole chiave dell’ondata di idee nate sotto il cappello della sharing economy: ampliare le possibilità, avvicinare le persone a mondi lontani, gestire collettivamente beni, capacità ed energie

È il lato buono della sharing economy: forse meno popolare delle piattaforme più celebri, ma ugualmente rivoluzionario. Specie considerando che, stando ai dati della FAO, ogni anno un terzo degli alimenti prodotti nel mondo finisce in discarica, spesso senza nemmeno passare dal piatto. Numeri sconcertanti, e probabilmente non abbastanza noti, che hanno spinto Ilaria Venturelli, ingegnere, bolognese, poco più che trentenne, a creare la piattaforma S-cambia Cibo. «Mi avevano chiesto di progettare un ristorante a Mosca. Per farlo ho pensato di documentarmi sui consumi alimentari in zona e, a furia di leggere, sono arrivata ai dati sullo spreco nel mondo. Mi sono realmente indignata e ho deciso che nel mio piccolo dovevo provare a fare qualcosa», racconta. Così è nato S-cambia Cibo, che oggi funziona soprattutto a Bologna: lo sforzo è cercare di far attecchire le buone abitudini un po’ dappertutto. Ma non è uno sforzo isolato, né il solo a indicare un cambio di rotta. È una prateria di speranze nel campo della collaborazione. Paolo R., per esempio, faceva il sales manager in un’azienda di elettronica quando una ristrutturazione del business lo ha lasciato senza lavoro. «Avevo 50 anni e la sensazione netta di essere finito. Ma, fortunatamente, avevo anche un’enormità di hobby e di buona volontà. Così ho provato a darmi un’altra chance». Non spedendo curricula, bensì offrendo competenze: cioè mettendosi a disposizione di altri su TimeRepublik, la prima banca del tempo digitale internazionale, presente in 110 Paesi al mondo, in cui si trova e si chiede un po’ di tutto, dagli esperti di informatica ai dog sitter. Gli utenti della piattaforma si pagano tra loro usando non denaro ma “tempo”: quando ci si iscrive sul sito si riceve infatti un capitale di minuti che si può usare per remunerare le prestazioni di altri; per accrescere il proprio capitale, invece, si possono fare cose per altre persone. «Io avevo una passione per l’elettronica e per il bricolage, ma ho anche una patente nautica e mi sono dichiarato disponibile per trasferimenti di barche da un posto all’altro. Così sono stato contattato da un armatore e ho finito per fare le vacanze gratis in barca».

La sharing economy potrebbe valere 335 miliardi di dollari, da qui al 2025, per quei settori e quelle aziende che sapranno sposare un nuovo approccio collaborativo

Il cambio di paradigma non è semplice da far digerire, come ammette Karim Varini, cofondatore della piattaforma che, nemmeno a dirsi, nella vita pre-sharing gestiva fondi di investimento a Lugano. «Eliminando il problema dei soldi si possono fare grandi cose: un’idea che da soli non si riesce a realizzare prende vita chiedendo aiuto ad altri». Il 70% degli scambi sulla piattaforma, non a caso, riguarda lavori di grafica, di informatica e per la gestione-realizzazione di progetti web e di consulenza aziendale: un bacino di competenze da usare in modo collaborativo, anche per creare nuovi posti di lavoro. E «intelligenza collaborativa» è proprio l’espressione con cui Fabrizio Gasparetto spiega il funzionamento di Oxway, la piattaforma – prima del suo genere – che ha creato e messo in funzione tra Milano e Londra. Sul sito di Oxway aziende, istituzioni ed enti di vario genere possono chiedere aiuto alla collettività per risolvere problemi, ribaltando la logica dei processi decisionali spesso governata più da ruoli e definizioni che da intuizioni. «Chi partecipa riceve un riconoscimento, e può essere anche qualcosa di molto prestigioso: per esempio fare la giuria in un festival che si è contribuito a ripensare», chiarisce il fondatore. Accessibilità, insomma, è una delle parole chiave di quest’ondata di idee nate sotto il cappello della sharing economy: ampliare le possibilità, avvicinare le persone a mondi lontani, gestire collettivamente beni, capacità ed energie. Una rivoluzione del pensiero e delle pratiche che ha conseguenze economiche rilevanti, anche quando non è strettamente mirata al profitto.

Sul sito di Oxway aziende, istituzioni ed enti di vario genere possono chiedere aiuto alla collettività per risolvere problemi, ribaltando la logica dei processi decisionali

Secondo uno studio di PricewaterhouseCoopers, la sharing economy potrebbe valere 335 miliardi di dollari, da qui al 2025, per quei settori e quelle aziende che sapranno sposare un nuovo approccio collaborativo. Ma se spesso si pensa unicamente a forme di noleggio tra privati, le possibilità sono invece molto più ampie: i limiti solo la fantasia e la capacità di intuire bisogni emergenti. Basta avere 25 tra seggiole e cuscini, per esempio, per trasformare la propria sala in un teatro, dove compagnie selezionate mettono in scena spettacoli per un pubblico riservato. L’idea è venuta a Raimondo Brandi, attore egli stesso, che ha poi creato il sito internet Teatro X casa. «Chi non riesce a uscire per andare a teatro, magari perché ha figli piccoli, può iscriversi e decidere di ospitare una rappresentazione, per vedere produzioni di qualità; le compagnie ampliano il loro pubblico e si crea una relazione intima e inedita tra gli attori e gli spettatori», spiega. Nell’arco di un anno attraverso il sito sono già stati organizzati 90 eventi per 2800 spettatori totali, in situazioni spesso inedite: fino a 30 persone in un monolocale (il minimo per andare in scena è 25) e 74 nel giardino di una villetta, accalcate per vedere produzioni uniche. Un piccolo trionfo della cultura, ma anche una gioia per il portafoglio: al termine di ogni rappresentazione, i presenti fanno una donazione agli attori, ripagandoli per il lavoro. Una percentuale del ricavato (intorno al 10%), viene da loro versata alla piattaforma, che può continuare a funzionare e a organizzare altri spettacoli. L’intraprendenza dei singoli, dunque, sostituisce i canali tradizionali, spesso inceppati e burocratizzati. La logica, d’altronde, è la stessa che ha fatto la fortuna di BlaBlaCar, uno dei campioni “buoni” della sharing economy: avvicinare domanda e offerta, con un occhio all’ambiente e uno al risparmio, mantenendo per sé una percentuale sul totale degli scambi. Oggi circa 20 milioni di persone nel mondo offrono e cercano passaggi in auto sulla piattaforma, e non solo per spendere meno: in Italia, per esempio, soltanto il 21% degli iscritti sono studenti, per il resto si tratta di lavoratori a cui condividere le spese di viaggio può far comodo, ma non è una necessità. «Nell’ultimo anno ho dato 37 passaggi: ho pubblicato sul sito tutti gli spostamenti interurbani che ho fatto», conclude Chiara S., 35 anni, titolare di un negozio a Milano. «Non è che i 10 euro che ricevo come rimborso spesa mi cambino la vita, ma me la cambia avere compagnia in macchina: qualche settimana fa se non fosse stato per uno dei passeggeri avrei rischiato di non vedere un ostacolo in mezzo alla strada e di fare un incidente».