Idee in cerca di regole

Tutti ricordiamo il clamore che pochi mesi fa si è generato attorno alla presunta illegalità di Uber, determinandone poi la chiusura. Ma cosa succede nelle altre start-up che si sono inserite così bene in alcuni aspetti della nostra quotidianità? Una panoramica su come e se stanno cambiando le loro regole.

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Si parte da un’idea: innovativa, fresca. Soprattutto realizzabile, non importa se non alla perfezione; ci sarà tempo e margine per ottimizzare. La maggior parte delle imprese comprese nello spettro della sharing economy nasce così, come piccola realtà a cavallo tra la burocrazia più leggera che governa le start-up e il vuoto normativo che ancora aleggia nell’economia della condivisione. Un territorio difficile da definire, dove è labile il confine tra iniziative di scambio e vere e proprie attività commerciali, regolamentazione fiscale e tutela del consumatore. L’Europa sta prendendo le misure e ci sono molti studi in corso per mappare le tante tipologie di imprese sorte e per procedere verso una normalizzazione del sistema. Più che a livello teorico, le norme si fanno sul campo grazie a casi pratici che hanno coinvolto tra i maggiori attori della sharing economy; Uber, Airbnb e BlaBlaCar hanno fatto molto parlare di loro, e continuano a farlo. È solo di qualche settimana fa, infatti, l’appello dell’Antitrust per una legge che disciplini i servizi di trasporto offerti attraverso piattaforme come Uber. In Italia Uber non è più attiva da luglio, da quando il tribunale di Milano ha accolto il ricorso di concorrenza sleale mosso all’azienda dai tassisti, ma le proteste del sindacato, rivolte principalmente a UberPop (il carpooling che regola passaggi tra i privati), hanno finito per avere conseguenze su tutti i servizi del portale. Un caso che per portata e intensità delle proteste non ha avuto pari in Europa e che ha messo sotto la lente di ingrandimento gli aggregatori di domanda e offerta tra i cittadini che basano il loro business sulla percentuale trattenuta dalle transizioni. Quella di Uber per esempio è del 20% e anche BlaBlaCar di recente si è allineata al modello. In un primo momento, l’azienda non guadagnava sui viaggi in auto decisi sul suo portale, ma dopo un paio di anni, prima in Francia e Spagna e dallo scorso maggio anche in Italia, ha fissato una percentuale variabile (pari al 12% nel caso di un viaggio medio da 340 km) sui pagamenti, che avvengono anticipatamente tramite carta di credito. Da una parte si tutelano i proprietari del veicolo da eventuali scorrettezze dei passeggeri che, pagando al momento della prenotazione, sono incentivati a onorarla; dall’altro l’azienda guadagna, e non poco se consideriamo che la piattaforma conta più di 20 milioni di iscritti.

Nonostante Airbnb non si sia mai posto in aperta concorrenza con il settore alberghiero tradizionale non mancano esempi di utilizzo che si allontanano dallo spirito originario del progetto, soprattutto per avvantaggiarsi della parziale flessibilità fiscale

Altro settore, uguale diffusione: 20 milioni sono gli utenti sparsi in 190 Paesi del mondo iscritti ad Airbnb, il portale di affitti temporanei nato a San Francisco nel 2008 dall’intuizione di tre studenti e oggi valutato 24 miliardi di dollari (ben tre miliardi in più di una catena come Marriott, che gestisce più di 4000 hotel). Qui sia gli ospiti, sul cui conto è addebitata una percentuale che va dal 6 al 12% a prenotazione, sia gli host, per i quali il servizio ha una commissione del 3%, affrontano un costo di servizio. Nonostante Airbnb non si sia mai posto in aperta concorrenza con il settore alberghiero tradizionale – puntando tutto sul rapporto tra ospite e viaggiatore –non mancano esempi di utilizzo che si allontanano dallo spirito originario del progetto, soprattutto per avvantaggiarsi della parziale flessibilità fiscale. E allora ecco che una maggiore regolamentazione del servizio è richiesta da più voci. Lo scorso 3 novembre a San Francisco è stata votata con referendum, e respinta, la Proposition F, una proposta di legge che mirava a rendere più severe le regole sull’affitto per brevi periodi di camere e appartamenti. Se la proposta fosse passata, il numero di notti in cui i cittadini avrebbero potuto affittare casa in loro assenza sarebbe sceso a 75, contro le 90 attuali. E non solo: ogni quattro mesi gli host avrebbero dovuto presentare resoconti delle loro attività e, in caso di violazione delle regole, i residenti e le organizzazioni avrebbero potuto fare loro causa. Insomma, una battuta d’arresto alla velocità e snellezza del portale e un controllo maggiore che tocca da vicino il diritto alla privacy. Al di là delle motivazioni che hanno condotto alla Proposition F – affittare per lungo periodo un appartamento è diventato più difficile, visto che molti sono destinati ad affitti brevi –, e al fatto che sia stata respinta dal voto popolare, quella del 3 novembre è un’altra data importante nella storia della sharing economy perché segna l’esigenza di trovarle un assetto normativo diverso da quel modello economico da cui prende le distanze. Con un numero di piattaforme in continua crescita, così come quello degli utenti, è necessario che le norme siano sì agili, ma anche univoche. E a chiederlo sono gli stessi attori delle nuove imprese: recentemente Gian Luca Ranno, uno dei fondatori della start-up italiana di “social eating” Gnammo, si è espresso a favore di una regolamentazione unica per tutte le attività della sharing economy. Condiviso, ma a regola d’arte.